Chiude il polo Eni Versalis di Brindisi: 1.400 posti di lavoro a rischio, la Cgil annuncia lo sciopero. «Senza la chimica di base sarà un problema per l’Italia»

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di
Francesca Cuomo

All’incontro a Roma i vertici di Eni hanno ribadito la necessità di chiudere, entro marzo, gli impianti di cracking di Brindisi e Priolo per poter realizzare i nuovi investimenti previsti da due miliardi

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Fermi ed irremovibili sulla realizzazione del piano industriale che prevede la chiusura dell’impianto di cracking di Brindisi (1400 posti a rischio) entro la fine di marzo: così si sono presentati ieri a Roma i vertici di Eni all’incontro con i sindacati. Non hanno risparmiato critiche neppure al governatore Michele Emiliano, accusato di aver dapprima accettato il piano e, successivamente, di averlo criticato aspramente. 

La posizione di Eni

Eni ha ribadito che lo sviluppo dei nuovi progetti, per i quali sono previsti investimenti per due miliardi, è condizionato alla fermata dei cracking di Brindisi e Priolo.
«Lo stop è necessario al fine di ridurre le ingenti e costanti perdite causate da una crisi strutturale e irreversibile del settore a livello europeo e consentire lo sviluppo dei nuovi progetti – ha fatto sapere l’azienda -. L’incontro ha prodotto progressi significativi nello sviluppo del piano, tra cui la possibilità di mantenere in conservazione gli impianti di Brindisi dopo la fermata nell’ipotesi di recupero di sostenibilità». Progressi non percepiti da tutti coloro che hanno partecipato all’incontro. 




















































Cgil: «Siamo stati minacciati e abbiamo abbandonato il tavolo»

«Abbiamo abbandonato il tavolo – spiega Antonio Frattini, segretario generale di Filctem Cgil – quando abbiamo ricevuto vere e proprie minacce. Ci è stato detto di accettare la chiusura dell’impianto Eni Versalis di Brindisi senza alimentare le proteste dei lavoratori e l’azienda si è persino riservata di adire le vie legali contro di noi anche a livello personale. Inoltre hanno precisato che anche dalle amministrazioni locali non accetteranno alcuna contrapposizione. Qualora, poi, qualcuno non dovesse favorire la realizzazione dei nuovi investimenti, saranno cancellati». 

Ai sindacati seduti al tavolo di confronto Eni ha proposto la sottoscrizione di un protocollo per gestire la strategia di chiusura; utile a presentarsi nella giornata di oggi sul mercato finanziario con un’attestazione anche da parte di tutte le sigle al piano industriale. Circostanza immediatamente rigettata da Cgil. Al tavolo sono rimasti Cisl e Uil. È sfumato, quindi, quel tentativo di presentarsi uniti al tavolo della discussione auspicato nella giornata di martedì dal prefetto di Brindisi, Luigi Carnevale.

Stefanazzi: «Con Brindisi a rischio la chimica di base in Italia»

«L’arroganza con cui Eni si è presentata è inaccettabile – dice l’onorevole pd Claudio Stefanazzi, al presidio insieme a decine di lavoratori del petrolchimico di Brindisi – ed è la prova inconfutabile che il piano non è in discussione. Peraltro la chiusura a Brindisi avverrà, di fatto, senza alcun piano alternativo perché, pur avendo dichiarato che esiste il progetto di una giga factory, di tutto questo non c’è alcun crono programma: è solo una suggestione. Un vero e proprio salto nel buio. Per Brindisi è un’umiliazione e per il Paese un grave rischio; senza la chimica di base, infatti, saremo dipendenti da filiere di approvvigionamento estere. Trovo assurdo anche il pesante attacco al presidente Emiliano, definito dott Jekyll e mister Hyde. Il loro nervosismo indica che siamo sulla strada giusta».

«La decisione di Eni incide sull’intero sistema industriale del Paese, e per tanto il Governo e la politica devono assumersene la totale responsabilità. Per questo – annuncia il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo – nei prossimi giorni avvieremo un percorso di mobilitazione e presidi anche sotto il Mimit, non escludendo l’utilizzo dello sciopero di tutte le lavoratrici e tutti lavoratori del settore».


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