L’Anci Puglia chiede al governo di impugnare la norma pugliese, contenuta nella legge di bilancio, in tempi veloci perché i sindaci dovrebbero dimettersi entro marzo per potersi candidare
I sindaci di Puglia alzano la voce. In una lettera firmata dall’Anci scrivono al governo e chiedono di impugnare la norma, contenuta nella legge pugliese sul Bilancio, che obbliga a dimissioni anticipate i primi cittadini che vogliano candidarsi alle Regionali. In questo modo, secondo l’auspicio dell’Anci, la disposizione potrebbe presto arrivare in Corte costituzionale ed essere annullata. È una corsa contro il tempo.
La disposizione prevede che i sindaci si dimettano sei mesi prima del «compimento del quinquennio» che si calcola dalla data delle elezioni. Si è votato il 20-21 settembre 2020, significa che il sindaco che vuole candidarsi deve lasciare il Comune, al massimo, attorno al 20 marzo. Ma senza sapere se sarà inserito nella lista del proprio partito e senza conoscere la data del voto (ci sono pressioni della Lega perché la consultazione slitti alla primavera 2026).
L’Anci preme per un ricorso urgente alla Consulta
L’Anci, nella lettera firmata dalla presidente Fiorenza Pascazio e dal bipartisan ufficio di presidenza, sottolinea che la norma è già stata «osservata» dal ministero dell’Interno perché «incompatibile» con i principi generali dello Stato e per la sua «irragionevolezza». Per inciso, va detto, che la legge pugliese di Bilancio è stata bersagliata da decine di osservazioni: dallo scorporo del Pediatrico (dal Policlinico) agli articoli sulla mobilità sanitaria fino alla norma Laricchia sulle nomine. Sono in corso le interlocuzioni tra uffici. In molti casi, saranno sufficienti i chiarimenti della Regione. Ma sul punto Anci chiede di non avere ripensamenti e sollecita il ricorso del governo alla Corte costituzionale. È importante, dice la nota, ribadire «l’importanza di garantire il diritto dei sindaci di partecipare alle cariche elettive in modo equo e senza discriminazioni».
Da qualche parte è stata avanzata l’ipotesi che la Corte arrivi a cose fatte, dopo le elezioni in autunno. Per questo l’Anci invoca la possibilità di fissare un’udienza urgente nel giro di 30 giorni, come consentito dalla procedura, quando esiste «il rischio di un irreparabile pregiudizio all’interesse pubblico». Insomma: fare presto.
I sindaci spiegano di essere costretti ad intervenire, dopo aver constatato che il «consiglio regionale non ha intrapreso alcuna azione correttiva». In effetti, il Pd, con il capogruppo Paolo Campo e il segretario Domenico De Santis si era schierato contro la norma (promossa dal centrodestra ma votata da una maggioranza trasversale). I dem avevano promesso di intervenire ma nulla si è mosso.
Il Pd pronto a riportare la norma in Aula
La sensazione è che si riuscirà a fare poco o niente. «Come Pd – dice il segretario regionale Domenico De Santis – siamo pronti a tornare in Aula e a votare per il ripristino della vecchia norma. Aspettiamo che anche le altre forze politiche si esprimano». Forza Italia, che si era dichiarata disponibile al tavolo prospettato dal Pd sulla legge elettorale, aspetta la convocazione.
«A questo punto – dice il vice coordinatore di FI Dario Damiani con riferimento al possibile ricorso del governo – tocca ad altri intervenire. Rispetteremo le decisioni». Fredda la reazione della Lega. «Noi abbiamo votato la norma – afferma il capogruppo del Carroccio, Giacomo Conserva – e se la maggioranza vuole cambiarla non ha da fare niente altro che portare la correzione in Aula». Il capogruppo dem, Paolo Campo, promette di convocare la maggioranza per la prossima settimana, ma le possibilità di intervenire sono scarse.
Il governatore Emiliano aveva criticato anch’egli la norma (che colpisce sindaci di destra, sinistra e 5 Stelle). Potrà fare poco per mettere ordine nella sua maggioranza. Per ora può solo sorridere per il fatto che la Puglia risulta anche per il 2023 «adempiente» nel rispetto dei Lea (livelli essenziali di assistenza sanitaria): unica del Sud assieme alla Campania.
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