Biennale Democrazia 2025, il programma

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«Non dobbiamo consolarci dicendo che quattro folli governano oggi il mondo e non si sa dove ci porteranno, perché purtroppo questi folli hanno dietro di sé milioni di persone e questo è preoccupante». Il costituzionalista, ex presidente della Consulta, Gustavo Zegrebelsky si ispira a La nave dei folli, opera del 1454, di Sebastian Brant, per raccontare l’ambizione di Biennale Democrazia, dal 26 al 30 marzo, 220 ospiti e 100 eventi: «Noi non ci rivolgiamo ai folli, non siamo psichiatri, ma pensiamo di poter fare educazione, ai ragazzi innanzitutto: è una goccia nell’oceano ma l’oceano è fatto di tante gocce».

Con quale strumento, professore?
«Con la razionalità. Se non riusciamo a riportarne un po’ nelle relazioni politiche e tra i popoli, il destino nostro, dei nostri figli e nipoti rischia di essere a lungo pregiudicato».

Il tema della nona edizione è “Guerre e paci”…
«C’era altro di più urgente? No. Quest’anno non abbiamo avuto dubbi».

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Quante paci ci sono?
«Tante quanto le guerre. Sono speculari. La pax romana non è quella americana, la spartizione delle Terre Rare tra Putin e Trump è piuttosto una cessazione di operazioni belliche, e poi c’è, ad esempio, la pace di Cristo».

La nostra qual è?
«Quella degli esseri umani che provano ad andare d’accordo».

La premier Meloni, al G7, ha detto: «Dobbiamo lavorare insieme per una pace giusta in Ucraina». Esiste una pace giusta?
«La pace o è giusta o è solo un’apparenza».

Si può ottenere con la guerra?
«C’è una frase di Spinoza, nel Tractatus Politicus, che dice che la pace imposta con la forza è semplicemente una guerra latente, pronta ad esplodere. Quindi la pace garantita dalla guerra è un ossimoro. La pace non può che fondarsi sulla giustizia, cioè su un contesto in cui domini l’uguaglianza. Se c’è qualcuno che può fare uso di una forza illimitata, non c’è pace. Un prepotente potrà impedire temporaneamente la guerra. Ma non sarà vera pace».

Eppure l’Italia vuole la pace, ma dibatte sul riarmo…
«Il riarmo ha a che fare con l’equilibrio del terrore. È rischioso. C’è stato un momento in cui sarebbe bastato un piccolo errore per innescare una guerra atomica mondiale e questa minaccia ora è tornata. Per mantenere l’equilibrio del terrore si scatena la corsa perenne all’aumento degli armamenti, sottraendo risorse a welfare, sanità, cultura, scuola».

Come spezzare il circolo vizioso?
«Invertendo la direzione, mantenendo quindi la logica dell’equilibrio delle forze, però facendo una politica di progressivo disarmo».

La democrazia infragilita è in grado di governare il conflitto senza sacrificare il sano dissenso?
«Dipende da noi, per questo penso ai bambini dei giardini Cavour e all’Idiota di Dostoevskij».

L’Idiota?
«Dostoevskij voleva scrivere di un uomo integralmente buono. Ma essendo il nostro un mondo di cattivi, il principe Myškin passava per idiota. A un certo punto, durante un colloquio con la famiglia del generale Epančin dice: “Io mi trovo bene con voi, soprattutto con i bambini perché ho una mente fanciullesca”».

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E qui arriviamo ai bambini dei giardini Cavour…
«Sono i piccoli studenti della scuola Tommaseo: li ha mai visti durante l’intervallo?»

Cosa si dovrebbe notare, in particolare?
«Sono meravigliosi, colorati, parlano lingue diverse cercando di intendersi, si sussurrano messaggi e litigano. Dovremmo imparare la gestione dei rapporti e dei conflitti da loro, il rispetto, l’originalità».

E invece?
«Arriviamo a rovinarli».

Come spiegherebbe a questi bimbi cos’è la democrazia?
«Direi: è il confronto continuo, allegro, giocoso e anche conflittuale, litigate pure ma con creatività. Guai se la democrazia diventasse una specie di pantano immobile!».

Com’è cambiata Biennale negli anni?
«La prossima edizione festeggiamo 20 anni: è nata in casa, eravamo quattro amici che volevano omaggiare l’insegnamento di Norberto Bobbio, oggi è un laboratorio culturale che qualifica Torino, e continua a crescere».

Coinvolgendo sempre più giovani…
«Ci saranno anche studenti da Marsala ad esempio, dove sbarcò Garibaldi. Rifacciamo l’Italia anche noi. C’è bisogno di ricreare un tessuto comune attraverso la cultura democratica».

Duecento ragazzi vivranno i giorni della manifestazione nei Campus residenziali di Democrazia Futura: dove vuole arrivare Biennale?
«Per ora studenti e ospiti arrivano a Biennale, la prossima volta potrebbe essere Biennale ad arrivare da studenti e ospiti in altre città, chissà…».

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