Visita pastorale: l’incontro dell’Arcivescovo con la comunità del Santuario Beata Vergine delle Grazie | Arcidiocesi di Sassari

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Nel pomeriggio di mercoledì 26 febbraio, nell’ambito della Visita pastorale, l’Arcivescovo Gian Franco ha incontrato la comunità del Santuario Beata vergine delle Grazie. Tra i temi trattati, centrale è stato il ruolo del santuario come luogo di preghiera e di incontro con Dio.

Nel suo intervento introduttivo, padre Massimo Chieruzzi, rettore del Santuario della Vergine delle Grazie, luogo di grande eredità spirituale custodito dai Frati Minori della Provincia di Umbria e Sardegna, ha delineato il progetto pastorale partendo proprio dall’identità del santuario, caratterizzato dalla secolare devozione alla Vergine e dalla presenza del cuore di san Salvatore di Horta, taumaturgo del Cinquecento.

Di seguito l’intervento di padre Massimo Chieruzzi:

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«Arrivato qui, come rettore del santuario, ho sentito l’esigenza di mettere nero su bianco il progetto pastorale di questa realtà ecclesiale, a partire dall’identità: questa chiesa è un santuario, a motivo della devozione plurisecolare alla Vergine delle Grazie e della presenza del cuore di san Salvatore di Horta, frate minore, grande taumaturgo del Cinquecento. La cura di questo santuario è affidata a noi, che siamo frati minori della Provincia di Umbria e Sardegna, e questo incide necessariamente sulla modalità di animare la vita del santuario. Poi abbiamo preso in esame il contesto in cui questo santuario è collocato: nell’arcidiocesi di Sassari, in città, accanto agli ospedali, e questo spiega perché tra i nostri fedeli ci sono molti operatori sanitari e ci fa prendere consapevolezza che tante persone che transitano qui è per cercare il supporto della fede nella malattia.

Ha poi avuto luogo il discernimento comunitario, anche con il coinvolgimento dei laici, guidati da queste domande:

1) delle tante iniziative che si fanno qui, quali continuano a essere valide oggi ai fini dell’evangelizzazione?

2) quali invece non raggiungono più l’obiettivo sperato? Perché queste sono da tagliare

3) quali aspetti ci vengono indicati dal magistero e invece in questo santuario mancano? Perché questi vanno invece aggiunti.

Magna charta del progetto pastorale del santuario è stata l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, soprattutto i n. 27, in cui papa Francesco ci ha fatto sognare insieme a lui una Chiesa missionaria, e il n. 14, in cui vengono indicati i tre ambiti di evangelizzazione che gli operatori pastorali devono tenere sempre presenti: i battezzati che frequentano, i battezzati che non frequentano e coloro che non conoscono Gesù.

Accanto all’Evangelii gaudium, per noi è stato fondamentale il Motu proprio Santuarium in Ecclesia, con cui le competenze sui santuari sono state spostate dalla Congregazione per il Clero (che si occupa delle parrocchie) al Dicastero per l’evangelizzazione, a motivo della missione specifica che la Chiesa affida ai santuari, «dove dal primo annuncio fino alla celebrazione dei sacri misteri si rende manifesta la potente azione con cui opera la misericordia di Dio nella vita delle persone» (n.1).

Da questo discernimento sono maturate alcune scelte pastorali, come:

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• la cura delle celebrazioni liturgiche (omelie, canto, inserimenti dei ministranti all’altare, formazione

dei lettori, …);

• la scelta di collocare i confessionali all’ingresso della chiesa (anziché in fondo, nella sacrestia) per rendere più accessibile a tutti il sacramento della riconciliazione;

• l’avvio di percorsi di primo annuncio, come le Dieci Parole, a cui stanno partecipando attualmente almeno 80 persone;

• dal momento che sono sempre di meno i fedeli pronti per un percorso di ascolto della Parola così impegnativo (a catechesi a settimana per un anno e mezzo), abbiamo introdotto necessariamente dei percorsi di pre-evangelizzazione, come il laboratorio teatrale e le Cene Alpha per adolescenti e giovani.

Il santuario offre vari percorsi a supporto del cammino di fede anche di chi vive l’appartenenza alla propria comunità parrocchiale: molti dei nostri operatori pastorali svolgono servizio anche nella propria parrocchia.

L’unica comunità nel senso stretto del termine che accoglie il santuario è l’Ordine Francescano Secolare, a motivo del carisma che ci lega. Anche tra i laici francescani, ad ogni modo, molti vivono attivamente anche nelle proprie parrocchie.

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In questo ultimo periodo la nostra fraternità si è arricchita dell’arrivo di una comunità di sorelle, le Suore francescane angeline».

Nel suo intervento, l’Arcivescovo si è soffermato sugli aspetti legati alla vita del santuario, partendo dalle testimonianze ascoltate:

«Parlando della vita nel santuario, avete già citato alcune immagini significative, come quella della soglia, del focolare, delgiardino della cura delle persone. Queste immagini mettono davvero in evidenza cos’è il santuario: è quel luogo dove Dio compie con noi qualcosa che va oltre i nostri programmi, e questo mi sembra uno degli aspetti più belli di un santuario. Tuttavia, il Signore si serve di noi anche per la cura di un ambiente, di un contesto e di uno stile che non sono secondari. Il santuario, quindi, è davvero un luogo che accoglie e che rimanda ad altro: è luogo di accoglienza e luogo che rimanda all’incontro personale con il Signore.

Il legame con la Chiesa diocesana è molto forte, anche perché furono i miei predecessori ad affidare ai francescani la cura di questo luogo. Credo sia molto bello vedere come, nel corso degli anni e dei decenni, il santuario sia diventato un luogo di attenzione e cura proprio della Chiesa. Questo è un dono importante.

Possiamo anche dire che il santuario si manifesta nella partecipazione e nella condivisione. Se questa sera si è parlato di soglia, di focolare, di giardino della cura delle persone, significa che tutto questo è frutto di un dialogo tra noi. È una cosa molto bella.

Inoltre, il santuario è connesso ad altre realtà importanti: il Mondo X, che è un altro santuario; la casa Sant’Antonio; e oggi abbiamo anche il dono della presenza delle suore francescane angeline.

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Qual è il mio desiderio? Io penso che sia lo stesso che state coltivando: che questo luogo diventi un punto di riferimento per tutti. Questo è molto importante, anche perché oggi, nelle parrocchie, i sacerdoti sono spesso gravati da molti impegni. Non che i frati non abbiano nulla da fare, ma vivendo in comunità è più facile coordinarsi e raccordarsi, seguendo una regola di vita che non è secondaria. Qui c’è il punto di connessione tra parrocchia e santuario, il punto dove ci si completa gli uni con gli altri.

Questa complementarietà per me è il valore più bello, ed è ciò che desidero incoraggiare. La stiamo vivendo: vedo che è ormai una prassi consolidata che i frati collaborino con il Centro pastorale diocesano. Quando si sente parlare di “centro pastorale diocesano”, può sembrare un luogo burocratico, centralistico, ma in realtà è uno spazio di comunità, un luogo stabile di esercizio della sinodalità, del camminare insieme.

Per questo sono molto grato che il santuario abbia questi tavoli di confronto: non è un aspetto secondario, perché ci aiuta a lavorare insieme. La nostra preoccupazione non deve essere né per le parrocchie né per i santuari in sé, né per il numero di persone che vi accedono, ma per la missione che ci attende e per le persone che bussano alle nostre porte.

Nei vostri interventi si è parlato anche delle famiglie. Il santuario è spesso un luogo dove si può vivere una dimensione più intima, dove magari ci si sente meno osservati dal vicino di casa in quei momenti di vita nei quali si presentano delle situazioni, delle domande, delle esperienze che fanno sentire il bisogno di sentirsi liberi, direi di poter respirare liberamente, a pieni polmoni. Questo è un tema molto importante.

A conclusione della Visita pastorale, spero che come diocesi possiamo soffermarci proprio sull’Amoris Laetitia, in particolare sui capitoli 7 e 8. Ogni sacerdote sa che deve aiutare le persone nel discernimento. E il santuario è proprio un luogo in cui si educa al discernimento.

 Un altro aspetto importante è quello della promozione dei percorsi di vita cristiana nelle situazioni. Il Vangelo si vive in situazione, dentro la realtà concreta, non fuori da essa. Questo mi sembra un punto importante.

Per quanto riguarda la questione dei sacramenti, talvolta si verificano esperienze in cui è possibile accostarsi ad essi anche in situazioni particolari. Cos’è davvero importante? Che ci sia una vita cristiana una vita discepolare. L’interazione tra il santuario e gli altri percorsi diocesani è fondamentale in questo senso. Noi sacerdoti abbiamo una grande responsabilità: la grazia di Dio è per tutti, e noi siamo chiamati a esserne dispensatori. Molte volte c’è bisogno di una rieducazione ai sacramenti per riscoprirne il vero senso. I sacramenti non sono riservati alle persone perfette. Se fossero per persone perfette, nessuno di noi ne avrebbe bisogno.Quando finirà la fase sacramentale entreremo finalmente in quell’abbraccio pieno con Dio. Adesso siamo nella fragilità di questo pellegrinaggio che viviamo, ed ecco che i santuari possono essere luoghi importanti per aiutare le persone a vivere la libertà vera, a riscoprire il Vangelo, cioè Gesù.

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Prima che si concluda questa tappa della Visita pastorale, è mio desiderio incontrare quelle situazioni antropologiche cosiddette“della soglia” – anche se, in fondo, siamo tutti sulla soglia. Qui arrivano tante domande e tante richieste.

Un altro tema importante è quello delle ministerialità istituite. Si sta lavorando per preparare un percorso formativo per persone che desiderano dedicarsi stabilmente a questi servizi, che sono tanto importanti.

Desidero incoraggiare lo spirito missionario, il desiderio d’entrare nella logica che Papa Francesco ci ha indicato nell’EvangeliiGaudium, cioè di una Chiesa in uscita.

Stiamo riflettendo anche sulle strutture e sugli spazi, affinché siano sempre più adeguati a questa missione. È un cammino che interpella tutti. Se ciascuno fa la sua parte, possiamo raggiungere gli obiettivi. E se lo facciamo insieme, sentendoci un’unica famiglia, con diversi doni e carismi, allora potremo vivere davvero la bellezza di ciò che il Papa chiama un popolo dai molti colori».



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