Rottamazione quater: riapertura nel milleproroghe

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Rottamazione: stabilizzazione e necessità di stato del decreto milleproroghe

 

Giovedì 20 febbraio la Camera dei deputati ha approvato il decreto Milleproroghe. Una delle misure più discusse in queste settimane è la riapertura della rottamazione quater per chi è decaduto.

Ma non sarà sufficiente per diversi motivi.

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In linea teorica (e anche pratico ragionieristica) la Rottamazione va stabilizzata, come misura di reciproca fiducia tra Stato e Contribuenti, per almeno dieci anni.

E va fatto per una serie di motivi premettendo che negli ultimi venti anni i privati (partite iva, consumatori, famiglie) hanno subito due crisi violentissime che hanno sfalzato il mercato e le economie:

– quella 2008/2011 bancaria-finanziaria;

– quella 2020/2022 per Covid.

Primo motivo: chi vuole accedere alla rottamazione non ha alcuna intenzione di essere fuori regola essendo in situazione di difficoltà contingente e duratura a causa della situazione economica oggettiva e soggettiva (diversamente starebbe in regola). Non ha alcuna intenzione di sottrarre gettito.

Secondo motivo: il tempo di versamento all’Erario rispetto al tempo di maturazione dell’imposta e alla relativa dichiarazione è ormai anacronistico (versare negli anni successivi all’anno d’imposta in cui si realizza concretamente la capacità contributiva è contro Costituzione). Tale metodo lo abbiamo ereditato dagli anni venti e settanta del secolo scorso: periodi in cui non esisteva il telematico, la transazione digitale, l’intelligenza artificiale e la contestualità di scontrinaggio collegato direttamente all’Agenzia delle Entrate.

Terzo motivo: chi vuole accedere alla rottamazione è prevalentemente un moroso e non un evasore in senso stretto (non è escluso che possano esserci comunque) perché a quest’ultimo vengono applicate sanzioni penali e misure patrimoniali/economiche diverse dal moroso (es. Sequestro, ecc) poiché l’evasione è reato.

Quarto motivo: le due crisi di cui sopra, i privati se le sono pagate da soli e considerando il blocco licenziamenti dell’epoca COVID (giusto moralmente ma iniquo tecnicamente parlando perché ha inciso sulla gestione dell’impresa) ha sbilanciato e squilibrato le partite iva. Tale sbilanciamento si colma o con forti margini nel breve periodo oppure, com’è nella gran parte della realtà vera quotidiana, nel giro di un quinquennio o decennio (a voler essere buoni). Molte aziende, invece, pagano lo sfalsamento economico da crisi esterna a vita senza riuscire a pagarsi, loro volta gli imprenditori, un minimo di pensione dignitosa.

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Quinto motivo: portare a pignoramento o a fallimento 20 milioni di atti emessi circa, corrispettive a una quantità di contribuenti italiani cospicua, significa escludere dal sistema produttivo tutta questa gente con due effetti principali ovverosia meno produttività di PIL per il sistema Paese e meno gettito erariale comunque (perché oltre all’imprenditore che viene meno , vengono meno anche le famiglie che hanno lavoratori dipendenti di quelle aziende poste in chiusura o sofferenza irreversibile).

Pertanto, sarebbe ragionevole puntare ad una misura parallela ed ulteriore: eliminare il fallimento per debiti erariali in proporzione al valore di decozione dovuto ai bilanci durante COVID e post COVID per un periodo di 10 anni. Idem per esecuzioni immobiliari e pignoramenti su conti correnti.

In definitiva?

Chi rottama debiti tributari non è, non era, e non vuole essere paragonato a un evasore fiscale

D’altronde, con i numeri su richiamati, la rottamazione è funzionale alla vita stessa dell’Italia. Prima la si fa, prima lo Stato incasserebbe il massimo possibile del tempo corrente riuscendo a riabilitare o riattivare energie produttive e virtuose del Paese.

Anzi, con tutta evidenza, sarebbe da riaprire anche il saldo e stralcio perché le capacità contributive nel tempo sono cambiate.



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